Autore: Serena Trivelloni • 12/02/2026 13:49
Al Teatro Bellini di Napoli fino al 15 febbraio 2026, torna in scena un grande racconto contemporaneo su identità, amore e appartenenza: Come gli uccelli.
C’è un incontro -semplice, quasi luminoso - e poi un’interruzione brutale: la vita che entra a gamba tesa con la sua storia, i suoi conflitti, le sue fedeltà imposte. Come gli uccelli nasce dal testo di Wajdi Mouawad e nella versione diretta da Marco Lorenzi (che firma anche l’adattamento con Lorenzo De Iacovo) mette al centro un amore “impossibile” solo perché il mondo, spesso, decide di renderlo tale.
È la storia di Eitan e Wahida: lui di origine israeliana, lei di origine araba. Un legame che potrebbe essere soltanto privato, e invece diventa subito pubblico, esposto, giudicato. Perché quando l’amore attraversa identità collettive ferite, non resta mai una faccenda a due: diventa un campo di forze, una domanda, un rischio.

C’è qualcosa di dolorosamente attuale in questo spettacolo, oggi più che mai. Viviamo un tempo in cui la differenza viene spesso trattata come una colpa: si semplifica, si etichetta, si riduce l’altro a bandiera. E quando la realtà è complessa, l’odio culturale diventa una scorciatoia comoda: ti offre un colpevole, ti evita la fatica dell’ascolto, ti consegna un “noi” facile e un “loro” da respingere.
Come gli uccelli sceglie l’opposto: non ti lascia scappare nella comodità. Ti accompagna dentro una “realtà storica fatta di conflitti, dolore, odi, attentati”, e lo fa senza trasformare nessuno in sagoma. Ogni personaggio porta addosso la traccia di un’eredità: ciò che gli è stato raccontato, ciò che ha creduto, ciò che ha imparato a temere. E la domanda non è mai “di chi è la ragione”, ma “che cosa ci stiamo facendo, quando scegliamo la separazione come risposta automatica?”.
In questo senso, lo spettacolo non è solo un racconto: è una specie di antidoto. Perché insiste su una verità scomoda e salvifica: la diversità non è un problema da gestire, è un’energia da attraversare. È arricchimento, perché rompe la monocultura del pensiero. È accettazione, perché restituisce volti dove avevamo messo categorie. È maturità, perché ci obbliga a stare dentro le contraddizioni senza trasformarle in odio.
C’è anche un elemento decisivo, che non sta solo nel testo ma nel modo in cui viene incarnato. Il Mulino di Amleto e A.M.A. Factory hanno costruito questo lavoro come un’esperienza di pluralità reale: un cast pensato per mescolare provenienze, biografie, lingue, perché l’incontro non sia solo “tema”, ma sostanza viva dello spettacolo. È un teatro che rifiuta l’idea di identità come recinto e prova a farne un passaggio: un ponte.
Lo dice chiaramente anche la riflessione pubblicata dal Bellini: in un presente in cui i muri “non hanno più senso” e solo i ponti aprono una possibilità di futuro, continuare a ragionare per categorie identitarie chiuse è un errore da non ripetere. Qui la politica non è uno slogan: è una postura umana.

L’altra forza dello spettacolo è la sua struttura: non racconta soltanto “due giovani e un amore”. Scava, riporta in superficie, fa emergere memorie e segreti, trascina in scena ciò che le famiglie spesso nascondono sotto tappeti enormi: origini, colpe, rimozioni. Anche per questo, alla fine, ciò che resta non è una morale ma un’immagine: la possibilità che il passato, se lo guardi davvero, smetta di essere una condanna e diventi una scelta.
E forse è questo il punto più poetico - e più concreto - di Come gli uccelli: ricordarci che la libertà non è non avere radici, ma decidere che cosa farne. Decidere che la differenza può essere casa, non trincea.
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https://www.teatro.it/spettacoli/come-gli-uccelli
Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
Direttore: Lorenzo Crea
Editore: Visio Adv di Alessandro Scarfiglieri
Insight italia srl (concessionario esclusivo)
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