Autore: Serena Trivelloni • 29/03/2026 18:36
Ci sono spettacoli che attraversano le stagioni e poi ce ne sono altri che, semplicemente, restano. Notre Dame De Paris appartiene a questa seconda categoria: un’opera che non ha mai davvero lasciato il pubblico, nemmeno nei momenti di assenza. Dal Teatro Arcimboldi di Milano riparte in tournée fino a Roma, dove chiuderà il suo viaggio nel 2027, nell’anno che segna i venticinque anni dal debutto italiano. Un anniversario che ha il peso delle cose rare.
Fin dall’inizio, il progetto firmato da Riccardo Cocciante ha avuto una natura particolare. Non un musical nel senso più tradizionale, ma un’opera popolare contemporanea capace di fondere scrittura musicale, parola e corpo scenico in un equilibrio che negli anni non si è mai incrinato. Le canzoni non accompagnano: costruiscono. Restano addosso, sedimentano, ritornano.
La storia è quella di Victor Hugo, ma la materia è profondamente viva. Quasimodo, Esmeralda, Frollo, Febo non sono mai stati soltanto personaggi: sono tensioni umane, desideri irrisolti, slanci e cadute. Ogni ritorno in scena sembra aggiungere un livello, come se il tempo lavorasse dentro lo spettacolo anziché consumarlo.

È anche per questo che il nuovo allestimento trova la sua forza in una scelta precisa: non cancellare la memoria, ma farla dialogare con il presente. Sul palco tornano voci che hanno costruito l’identità stessa dell’opera. Vittorio Matteucci continua a dare a Frollo quella densità inquieta che lo ha reso uno dei personaggi più complessi del teatro musicale italiano; Graziano Galatone riprende il ruolo di Febo con una consapevolezza diversa, più stratificata, come se il tempo avesse inciso anche sul personaggio, rendendolo meno lineare, più umano.
Il suo ritorno non è soltanto un’operazione emotiva. È una presenza che riporta al centro una certa idea di interpretazione: fisica, musicale, profondamente incarnata. Febo, con la sua ambiguità luminosa, trova ancora in Galatone un equilibrio difficile tra fascino e fragilità, tra gesto e voce. Immancabile anche Giò Di Tonno, con il suo Quasimodo intenso, sensibile ed espressivo.
Accanto a loro, la scena si apre a nuove energie. Elhaida Dani è una Esmeralda intensa, contemporanea, capace di restituire al personaggio una forza meno iconica e più viva, abitando il ruolo. Ed è proprio in questo scarto che lo spettacolo respira.

Al centro, come sempre, resta la musica. Le partiture di Cocciante continuano a essere il vero tessuto connettivo dell’opera. Brani come “Il tempo delle cattedrali” o “Bella” non sono mai diventati semplici classici: hanno mantenuto una capacità rara, quella di risuonare ogni volta in modo diverso, come se intercettassero qualcosa di ancora aperto.
C’è una qualità quasi fisica in questa musica. Non si limita a raccontare, ma attraversa. E quando torna in scena, lo fa senza nostalgia, ma con una presenza piena e attuale.
In questo senso, la tournée che accompagnerà lo spettacolo fino a Roma non ha il tono celebrativo delle ricorrenze. Piuttosto, sembra un passaggio necessario. Un modo per misurare quanto questa opera sia ancora capace di parlarci, senza adattarsi né semplificarsi.
Venticinque anni dopo, Notre Dame De Paris resta un luogo. Un punto di incontro tra chi sale sul palco e chi resta in platea. Un racconto che continua a cambiare pelle senza perdere identità.
E forse è proprio qui che si riconosce la sua natura più autentica: non nella durata, ma nella sua capacità di restare essenziale.

Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
Direttore: Lorenzo Crea
Editore: Visio Adv di Alessandro Scarfiglieri
Insight italia srl (concessionario esclusivo)
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