Autore: Luigi Graziano Di Matteo • 07/02/2026 16:15
Flavio Furno, attore che si è distinto per la sua versatilità, ha iniziato il suo percorso professionale con il teatro. Ha conseguito, nel 2011, il diploma presso la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova, dopo aver esordito, nel 2008, con Quaranta ma non li dimostra. Un esordio che è stato accompagnato dalla regia di Luigi De Filippo, il cui padre è stato un colosso del teatro napoletano.
In seguito, egli ha intrapreso una carriera nel mondo del cinema e nella televisione. È stato uno degli interpreti de Il sol dell’avvenire, film di Nanni Moretti candidato ai David di Donatello e vincitore di due Nastri d’argento, e nel 2024 ha fatto parte del cast di Marko Polo, diretto da Elisa Fuksas. In televisione ha recitato in fiction come Rocco Schiavone, Tutto può succedere, Il nostro generale e Marconi - L'uomo che ha connesso il mondo, e nel 2026 è stato protagonista sul piccolo schermo nelle serie TV Morbo K e Gomorra – Le origini. Prossimamente, affiancherà Luca Argentero in Ligas.
Diamo il benvenuto ad InItaly a Flavio Furno. È un piacere averti qui con noi.
Caro Flavio, partiamo subito con la domanda che ti farebbero tutti i fan di Gomorra – Le origini: com’è stata quest’esperienza e… ci sarà una seconda stagione?
Quest’esperienza è stata bellissima per tante ragioni. Avevo fatto tanti provini per questa serie: i più clamorosi sono stati quelli per il ruolo di Ciro Di Marzio, per il quale siamo arrivati in finale io e Marco D'Amore. Per cui, questa possibilità che mi è stata data a distanza di tanto tempo, soprattutto adesso che Marco è passato al lato regia, l'ho vista come una chiusura di un cerchio, quindi mi ha fatto molto piacere.
Inoltre, è stato bello perché mi hanno regalato un ruolo curato nei minimi dettagli ed interessantissimo sotto tutti i punti di vista.
Mi sono sentito estremamente guidato da Marco, da Francesco Ghiaccio e da tutto lo staff di Sky e Cattleya, perché hanno voluto che si rappresentasse un personaggio con determinate caratteristiche di follia ma anche di carisma.
Per una seconda stagione, noi speriamo di sì, ma non abbiamo ancora avuto nessuna ufficialità. Siamo molto fiduciosi per come sta andando, anche perché l'idea è quella di continuare questo racconto. Però come ci dicono i grandi capi, c'è bisogno di un'idea forte per continuarla: per cui, l'importante è che ci si prenda il tempo per scrivere qualcosa che sia all'altezza di quello che è già stato scritto, se si dovesse proseguire.

Nell’ultimo periodo, ti abbiamo visto interpretare dei ruoli molti diversi tra loro. Qual è il segreto per “cucirsi addosso” personaggi così agli antipodi tra loro?
Non ho un vero e proprio metodo: secondo me, semplicemente, esistono diverse tipologie di attori. Ci sono attori fenomenali che però hanno un alter ego fortissimo che fanno fatica a smontare; ci sono attori che interpretano dei ruoli con caratteristiche simili indipendentemente dal film, e magari sono strepitosi nel recitarli; e ci sono attori che invece sono molto compiaciuti dall'idea di cambiare, di non rivedere se stessi nelle interpretazioni che fanno. Io appartengo a quest’ultima categoria probabilmente, perché non sono molto affezionato diciamo né alla mia persona né alla mia immagine - mi piace vedere la mia trasfigurazione. Ad esempio, per fare O’ Paisano, non mi sono sottoposto a ore di trucco – mi sono trasfigurato con un gioco attoriale, con un paio d'occhiali e con la barba fatta. E questa è una cosa che mi fa molto piacere.
Ci sono due elementi che mi fanno entrare in determinati personaggi con più facilità. Innanzitutto, sono curioso: sono un grande osservatore delle persone. Inoltre, ho fatto un importante percorso di analisi, che mi ha migliorato sia come essere umano sia soprattutto come attore, perché è come se avessi trovato le risposte alle dinamiche psicologiche che muovono gli esseri umani.

Hai recitato con attori e registi di alto calibro. Con quali tra questi hai riscontrato una maggiore sintonia professionale?
Sono stato molto fortunato nella mia carriera, perché ho fatto degli incontri veramente belli con tanti miei miti: Nanni Moretti, Silvio Orlando, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Luca Zingaretti, Sergio Castellitto.
Ma un’attrice con cui mi sono trovato veramente bene è Teresa Saponangelo, con la quale io ho recitato, interpretando un ruolo di poliziotto, in una serie Netflix di Carmine Elia intitolata Sara – La donna nell’ombra, tratta dai romanzi di un illustre napoletano che è Maurizio De Giovanni.
In assoluto è colei con cui ho trascorso la qualità del tempo migliore. C'è stato un incastro giusto sia dal punto di vista professionale che umano. Avevamo due ruoli principali e quindi c'è stato un tempo più lungo per poterci conoscere. In seguito, siamo diventati molto amici, come conseguenza del fatto che ci siamo trovati molto bene insieme. Tuttora lo siamo, e ci vogliamo molto bene.
Nasci come attore teatrale, ma sappiamo che il grande schermo ha dei canoni abbastanza diversi rispetto alle tavole del palcoscenico. Quanto della tua esperienza teatrale ti è stato utile per intraprendere ruoli attoriali nel cinema?
Io in questo probabilmente sbaglierò, però sono uno di quegli attori che non ha mai visto una reale differenza tra il modo di affrontare un personaggio in teatro e il modo di affrontarne uno al cinema o in televisione. Ovviamente, ci sono dei tecnicismi e dei codici tecnici che sono diversi e che vanno rispettati: in teatro c'è da portare la voce fino all'ultima poltrona, c'è un uso del corpo diverso, mentre il cinema è fatto principalmente di primi piani.
Secondo me, un beneficio della formazione teatrale quando poi si passa al cinema è il fatto che il teatro aiuta a diventare più spudorati: si fa spettacolo in diretta, davanti a un pubblico che reagisce di persona, immediatamente, a quello che fai: ride se lo fai ridere, non ride se non lo fai ridere. E questo secondo me ti dà un po' di disinibizione quando sei davanti alla macchina da presa.
Molti attori che sono esclusivamente attori di cinema sono spesso molto timidi fuori dal set: hanno bisogno a volte di essere incoraggiati, non riescono a fare subito cose “estreme” quando viene loro richiesto.
Al contrario, ci sono anche delle volte in cui chi ha un'esperienza principalmente teatrale, al cinema può risultare troppo “carico”: bisogna trovare la giusta misura tecnica con il mezzo.
In sintesi, il teatro ti regala quella spudoratezza che ti può essere utile se interpreti dei ruoli così “estremi”, come il mio in Gomorra – Le origini: è un ruolo in cui non devi essere troppo timido, e in quello mi ha aiutato.

“Quando sono cresciuto però mi sono accorto che mi mancava un pezzo”: in un’intervista di qualche anno fa, ti sei espresso in questo modo riguardo a quando andasti via da Napoli per poi sentirne la mancanza.
Cosa ti è mancato di Napoli, e com’è stato tornare in questa città che ha consacrato la tua bravura? Ti sentiresti di fare qualcosa di importante per la tua gente?
È tutto vero: la recitazione, che ho incontrato molto presto nella mia vita, è stata una grande scusa per andarmene, ma non perché io desiderassi andarmene da Napoli, o perché stavo male a Napoli, ma perché sentivo di voler conoscere quello che c'era al di fuori. Questa è una cosa che accomuna molti che nascono e crescono in periferia.
Io non sono di Napoli centro, sono di Ponticelli e ho vissuto a Volla, quindi in una periferia, ahimè, famosa per gli spiacevoli fatti di cronaca recenti. E sapevo che coltivare un sogno come quello mio dell'arte, del cinema, del teatro in un contesto “piccolo” sarebbe stato strano. Sentivo che era considerato un po' strano anche dai miei stessi amici a cui volevo bene e che so che mi volevano bene.
Dopo aver lavorato un po' ovunque, mi sono reso conto che mi mancava una cosa fondamentale: l'identità linguistica. Da napoletano, non mi prendevano mai per dei ruoli “in napoletano”.
La prima volta in cui sono tornato a Napoli, dopo anni di studio, ero molto emozionato. Era per uno spettacolo di Končalovskij, regista russo, presso il Teatro San Ferdinando, pietra miliare per gli attori di teatro a Napoli. Alla prima, per l’emozione, durante una scena scivolai e caddi. È qualcosa di veramente raro in scena per un attore. Il pubblico non se ne accorse, pensando che fosse parte dello spettacolo.
Ora posso dire di essere contento, perché negli ultimi due anni mi è capitato di tornare a lavorare a Napoli per dei progetti molto legati alla napoletanità, tra cui Sara – La donna nell’ombra e Gomorra – Le origini. A volte ci rimanevo male, perché mi dicevano: “Ma perché, tu sei napoletano? Non lo sapevo!”. Adesso penso e spero che lo sappiano!
Però non so se sono pronto, da attore, a prendermi la responsabilità di fare qualcosa di importante per la mia gente.

Abbiamo conosciuto il dott. Vittorio Sorani e O’ Paisano in Gomorra. Ci racconti il ruolo di Paolo in Ligas?
Ligas è una serie che uscirà il 6 marzo su Sky, con protagonista Luca Argentero. È ambientata a Milano in uno studio di avvocati un po' militanti, un po' competitivi, che vogliono stare sempre al centro delle situazioni.
Il protagonista Lorenzo Ligas è completamente fuori dagli schemi: ha delle metodologie completamente poco ortodosse. Lavora in un importante studio che si chiama Studio Petrello, ma a un certo punto viene cacciato via. Il suo miglior amico Paolo, che interpreto io, è anch’egli avvocato e lavora in questo studio, quindi si trova a un certo punto tra due fuochi: tra il titolare dello studio Petrello che vuole “massacrare” Ligas dopo averlo buttato via, e Ligas che è il suo miglior amico.
Si troverà quindi ad affrontare una dicotomia tra l'affetto che può provare per il suo amico e quella sana e a volte anche un po' inconsapevole competizione che c'è tra le persone ambiziose.
Grazie per essere stato con noi. Ti aspettiamo per raccontare nuovi successi professionali.

Foto di copertina credits: Lisa Bof
Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
Direttore: Lorenzo Crea
Editore: Visio Adv di Alessandro Scarfiglieri
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