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Jovaebbasta si lancia nella ristorazione, da food blogger a Maredizione

Autore: Luigi Graziano Di Matteo13/02/2026 14:49

Nel vasto e spesso caotico panorama dei food creator partenopei, poche voci risuonano con l'autenticità e la schiettezza di Giovanni Mele, meglio conosciuto dal suo seguito su Instagram come @jovaebbasta. Lontano dai cliché patinati del "food porn" fine a se stesso, Mele ha costruito una community solida puntando tutto sulla sostanza: un amore verace per la cucina e la capacità di raccontare il cibo non solo come un piatto da fotografare, ma come un'esperienza culturale e conviviale.

Tuttavia, è quando la narrazione digitale incontra la materia prima tangibile che avviene la vera magia.  Da questo incontro nasce, a Cardito, il progetto Maredizione: un concept che promette di ridefinire i canoni della ristorazione ittica. Non si tratta di una semplice operazione di marketing, ma di una fusione tra la visione moderna e comunicativa di Giovanni e l'eccellenza tecnica di chi tratta il mare con rispetto artigianale.

Ciao Giovanni, benvenuto ad InItaly. È un piacere averti qui con noi per parlare del tuo percorso e raccontare questo nuovo progetto Maredizione.
Come nasce il progetto?

La mia volontà era quella di potermi esprimere diversamente dal mondo dei social. La barriera del cellulare, di uno schermo, di una tastiera, non mi riesce a dare più lo stesso stimolo.

Indubbiamente è bella l'interazione con le persone, perché ci collega alle parti più disparate del mondo: americani, svedesi, italiani, ma non ti restituisce la stessa emozione di un viso che assaggia un piatto e che gode oppure fa una brutta faccia. Il like, l'applauso, la faccina sono sterili.

In questo anno di collaborazione, abbiamo organizzato e realizzato una serie di eventi, uno o due al mese, nei quali, da esterno, venivo a cucinare insieme a una brigata di ragazzi, anche con idee diametralmente opposte alle mie. L'idea era quella di proporre una serata che esulasse dalla carta giornaliera del menù, con tante rivisitazioni o anche piatti nuovi.

Ci siamo trovati davvero bene: questa collaborazione è stata proficua, anche dal punto di vista personale, perché mi ha permesso di crescere tanto.

Sei passato dall’essere un chimico farmaceutico ad un food creator. Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo percorso? Eri già un amante della cucina?

Sì. La cucina è la mia seconda vita, è come se io fossi dottor Jekyll e mister Hyde, dove mister Hyde è il chimico e dottor Jekyll è il cuoco.

Sono due rette parallele che non si sono mai incontrate... fino a un certo punto. La cucina fa parte della mia vita sin da piccolo: la fortuna è stata quella di avere una famiglia unita in cui ogni pretesto era buono per sedersi a tavola e mangiare tutti insieme. I miei genitori mi hanno fatto viaggiare tanto da piccolo: il turismo enogastronomico e le visite culturali erano alla base dei miei viaggi, a casa mia si viaggiava anche solo per mangiare. Questo ha contribuito a delineare quella che era la mia seconda personalità, e così si sono incrociate le strade.

In apertura, abbiamo detto che Maredizione non si tratta soltanto di un’operazione di marketing. Ci racconti in cosa consiste precisamente questa nuova sfida?

Quello che riscontro nella ristorazione attuale, soprattutto avendo gestito un blog che riguardava le pizze, è un grandissimo problema: oggi si bada tanto all'estetica della cucina, all'utilizzo del prodotto di gamma, alla realizzazione di un piatto che colpisce dal lato "social". Ma i piatti profumano come prima? Ad esempio, io mi sono sempre chiesto, ma la pizza margherita di oggi profuma come quella di dieci-quindici anni fa? Io il profumo di una margherita, di una marinara lo sentivo da lontano, in sala.

La sfida è: io voglio non solo far mangiare bene le persone, ma le voglio fare innamorare di quello che stanno mangiando. Voglio far sentire loro l'odore di quello che stanno mangiando. Loro devono mangiare non solo con gli occhi, non solo col palato, ma anche con il naso, insomma con tutti i cinque sensi. Parte tutto dall'esigenza di far mangiare alle persone piatti della nostra tradizione gastronomica italiana, non solo napoletana, degli anni '80.

Gli anni '80, per quanto criticati, sono stati anni in cui la cucina si è aperta a nuovi paradigmi che oggi però stanno tornando. Da chimico dico che è impossibile che torni la cucina molecolare. 

Possiamo dire che i social siano stati il tuo trampolino di lancio. Dopo Maredizione, oltre a consolidare la tua presenza sui social, prediligerai anche i rapporti umani “da vicino” con la gente?

Assolutamente sì, per me è la base. Il rapporto umano è la cosa che ci distingue da qualsiasi altra specie, e grazie ad esso, il lavoro si trasforma in qualcosa di bello per me. Fino a quando io non percepisco la cucina come un lavoro, io scendo e mi diverto. Un po' come quando stavo in laboratorio universitario di ricerca. Poi quando è diventato un "per forza", non mi sono divertito più.

Hai portato il know-how acquisito con lo studio della chimica nella tua cucina?

Sì. La passione per la chimica c'è sempre, anche perché mi aiuta tutti i giorni in cucina. Estrazione di olio essenziale, distillazione in corrente di vapore, punti di fusione... insomma, invece di farmi i corsi di aggiornamento, io già sono partito con quella base lì.

Qual è il piatto che più si avvicina ad un esperimento chimico che hai fatto?

Direi la genovese, per la sua lunga cottura che per me deve partire da delle temperature controllate.

Noi all'inizio la cuociamo coperta con acqua, perché quell'acqua serve a far ammorbidire la cipolla per sostenere la lunga cottura in tre ore. Ma una volta evaporata l'acqua, togliendo il coperchio, noi oggi andiamo ad aggiungere il brodo di pesce e il fondo di tonno. 

In quel modo, nonostante possa evaporare la parte acquosa, rimangono sulle cipolle tutti gli oli essenziali, gli aromi, il sapore del tonno. Quindi la cipolla l'abbiamo già cotta, bisogna solo far assorbire il sapore del pesce alla cipolla.

Quali sono le sfide che vi attendono per il futuro?

Sicuramente non correre e non fare il passo più lungo della gamba: sono una persona molto cauta, ci ho pensato anni prima di scendere in campo con un'attività ristorativa; e non tralasciare i dettagli, che per me fanno la differenza. Puoi mangiare una buonissima genovese dove vuoi tu, ma la consistenza del tonno deve fare la differenza. E per fare questo c'è bisogno di tanto consolidamento: il mio obiettivo è partire bene, correggere, consolidare, migliorare. Insomma, quelle che sono le principali fasi di un esperimento: ho quella formazione lì.

Non mi interessa aprire il secondo, il terzo, il quarto ristorante, non ora. Forse più in là? Chissà, non lo posso sapere. Ma questo ristorante deve diventare un fortino: le persone devono venire qui perché stanno bene, mangiano bene, sentono il profumo e si sentono a casa loro.

Grazie mille per essere stato con noi. Ci auguriamo che Maredizione possa proiettarsi verso un futuro proficuo.

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