Autore: Irene Pariota • 04/04/2026 10:27
Ogni anno, la mattina di Pasqua, a Firenze accade uno dei riti più spettacolari e identitari della tradizione cittadina, un evento che ha tanto di sacro quanto di profano, capace di attirare migliaia di persone nella pittoresca Piazza del Duomo. Stiamo parlando dello Scoppio del Carro.
Il protagonista assoluto è il “Brindellone”, un imponente carro pirotecnico alto oltre dieci metri, che viene trainato da quattro buoi bianchi addobbati a festa. Il corteo parte dal Prato, accompagnato da circa 150 figuranti tra armigeri, musici e sbandieratori del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina, e attraversa le strade della città fino a raggiungere il cuore simbolico di Firenze, tra il Battistero di San Giovanni e la Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Il volo della colombina
Il momento clou della cerimonia si raggiunge durante la Messa pasquale. Al canto del Gloria in Excelsis Deo, l’arcivescovo accende la miccia della “colombina”, un razzo a forma di colomba che sfreccia lungo un filo teso dall’altare maggiore fino al carro.
Se il meccanismo funziona perfettamente, la colombina innesca i fuochi d’artificio disposti sul Brindellone, dando vita a uno spettacolo pirotecnico di grande impatto visivo. Ma non è solo spettacolo: secondo la tradizione popolare, il buon esito del volo rappresenta un segnale di prosperità per la città e per i raccolti dell’anno.

Ma quali sono le origini?
Le radici dello Scoppio del Carro affondano nel tempo delle Crociate e si intrecciano con la storia e l’orgoglio civico di Firenze. La tradizione vuole che Pazzino de' Pazzi, al ritorno da Gerusalemme nel 1099 dopo aver preso parte alla Prima Crociata, portò con sé tre schegge di pietra provenienti dal Santo Sepolcro, ricevute come riconoscimento per il suo valore in battaglia.
Quelle reliquie, custodite ancora oggi nella chiesa dei Santi Apostoli, assunsero subito un forte significato simbolico: da esse veniva tratto il cosiddetto “fuoco santo”, emblema della Resurrezione di Cristo. Durante la notte del Sabato Santo, questo fuoco veniva acceso e poi distribuito al clero e al popolo, affinché ogni famiglia potesse riaccendere il proprio focolare domestico, segnando così un momento di rinascita spirituale e comunitaria.
Da questo rito nacque una tradizione collettiva che, nel corso dei secoli, si strutturò in forme sempre più articolate. Il gesto privato del fuoco condiviso si trasformò progressivamente in una celebrazione pubblica, capace di coinvolgere l’intera città. Fu proprio la famiglia Pazzi, tra le più influenti della Firenze medievale, a consolidare questa usanza, promuovendo la costruzione di un carro monumentale che potesse rappresentare visivamente e simbolicamente la diffusione del fuoco benedetto.
Con il tempo, il carro divenne il fulcro di una vera e propria cerimonia urbana, accompagnata da cortei storici e ritualità codificate. Già nel tardo Medioevo, il trasporto del fuoco sacro iniziò ad assumere una dimensione spettacolare, fino ad arrivare, tra Rinascimento ed età moderna, alla definizione dell’attuale “Brindellone”.

Storia del nome Brindellone
Il termine “Brindellone” appartiene al gergo popolare di Firenze e indica, in senso figurato, una persona alta, un po’ ciondolante, dall’andatura incerta e dall’aspetto trasandato, ma osservata con una certa indulgenza e simpatia.
L’origine del nome è legata alle antiche celebrazioni in onore di San Giovanni Battista, patrono della città, che si svolgevano ogni anno il 24 giugno. In quell’occasione, dalla zona della Zecca partiva un carro carico di fieno che attraversava le vie cittadine, trainando un uomo vestito di stracci che impersonava il santo nella sua dimensione ascetica ed eremitica.
Secondo la tradizione, questo figurante, dopo aver partecipato ai banchetti pubblici in piazza, finiva spesso per barcollare vistosamente, complice il cibo e il vino consumati in abbondanza. Il suo incedere incerto e “ciondolante” gli valse il soprannome di “brindellone”, termine che nel tempo entrò stabilmente nel lessico cittadino.
Con il passare dei secoli, il significato della parola si è progressivamente ampliato, fino a staccarsi dalla figura umana per essere associato direttamente al carro utilizzato nelle celebrazioni pubbliche. Quando la tradizione dello Scoppio del Carro si consolidò, il grande carro pirotecnico adottò naturalmente questo nome, quasi a sottolinearne l’imponenza un po’ goffa ma al tempo stesso familiare agli occhi dei fiorentini.
Dal Seicento a oggi: una tradizione che non cambia
A partire dal XVII secolo, la cerimonia ha assunto la forma attuale. Il carro, custodito durante l’anno in via il Prato, viene preparato e decorato con cura per la domenica di Pasqua. I quattro buoi, simbolo di forza e purezza, lo trascinano fino al Duomo, scortati da figuranti in abiti storici che rievocano la grandezza della Repubblica Fiorentina.
Nonostante il passare dei secoli, il rituale è rimasto sostanzialmente invariato, mantenendo intatto il suo fascino. È proprio questa continuità a renderlo uno degli eventi più rappresentativi dell’identità fiorentina.
Lo Scoppio del Carro è una cerimonia religiosa con un tocco di profano: c’è teatro, c’è partecipazione popolare, c’è la spettacolarità dei fuochi d’artificio e il colore folclorico delle credenze e delle scaramanzie.
Per chi visita la città nel periodo pasquale, assistere a questo rito significa entrare in contatto con tutto questo. Un evento che, come tutte le tradizioni popolari, arriva a coinvolgere anche i piu piccoli grazie ai linguaggi simbolici che contiene.
E mentre la colombina compie il suo volo, Firenze spera che tutto vada per il meglio per i mesi venturi, unendo la fede cristiana alla speranza più profana.
foto copertina credits - muse Firenze
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Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
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