Autore: Redazione • 07/03/2026 13:53
Da sempre le piazze rappresentano il luogo in cui la comunità si incontra e si riconosce. Basti pensare alla celebre Piazza San Pietro, progettata per accogliere migliaia e migliaia di fedeli. Ma la piazza è molto più di un semplice luogo di incontro. Nel Medioevo, così come nel Rinascimento, era infatti lo spazio dedicato all’esercizio della vita politica, allo scambio di idee, all’organizzazione dei grandi eventi. Ciò che spesso sfugge ai turisti, tanto quanto ai cittadini locali, però, è che dietro lo sfarzo, le statue e i grandi monumenti – nonché protagonisti dei loro scatti – non vi è soltanto la testimonianza di anni e anni di storia, come d’altronde è facile intuire. Ogni piazza, infatti, custodisce una narrazione più intima e inedita: la propria identità. Non a caso, una piazza che si rispetti vive di quei dettagli, quelle curiosità e quei misteri che invitano chi guarda e chi ascolta a tramandare un racconto che, in questo modo, continua a respirare attraverso le stesse parole di chi lo racconta.
Piazza del Plebiscito, con i suoi 25.000 metri quadrati, è la piazza più grande di Napoli. È spesso nota per la maestosità del Palazzo Reale di Napoli e per la leggenda legata alla maledizione della regina Margherita di Savoia. Eppure, non tutti conoscono lo straordinario intreccio di storia e leggenda che si cela dietro la Basilica di San Francesco di Paola.
Nel 1806, infatti, quando il Regno di Napoli fu conquistato dalle truppe di Napoleone Bonaparte, il re Ferdinando I fu costretto a fuggire in Sicilia. La leggenda narra che, proprio mentre navigava verso l’isola, osservando le coste calabresi il sovrano si ricordò di un santo originario di quella terra che per lungo tempo aveva vissuto nella città partenopea, dove, tra l’altro, avrebbe compiuto diversi miracoli. Quel santo era Francesco di Paola. Ferdinando si rivolse allora a lui con una preghiera, promettendogli di costruire una grande chiesa a lui dedicata proprio dinanzi al Palazzo Reale, qualora gli fosse stato concesso di tornare a Napoli e riprendere il trono. Solo dieci anni dopo, nel 1815, si tenne il Congresso di Vienna. Napoleone fu definitivamente sconfitto ed esiliato, e Ferdinando, come molti altri sovrani europei, poté tornare sul proprio trono. Il re di Napoli, però, non dimenticò la promessa fatta a Francesco di Paola, e nel 1816 fu consacrata la chiesa a lui dedicata, la quale, ancora oggi, risulta essere uno dei simboli più riconoscibili della città.

In molti quando passeggiano in Piazza San Marco a Venezia, vengono invitati a non passare tra le due colonne dedicate a San Marco Evangelista e San Todaro, così da sottrarsi alla sfortuna. Ma cosa si nasconde dietro quella che spesso viene considerata pura superstizione?
Osservando il Palazzo Ducale dalla facciata che dà sulla piazza, si può notare che due colonne hanno un colore leggermente diverso rispetto alle altre. È proprio lì, infatti, che il doge leggeva le sentenze capitali al popolo. Secondo alcune ricostruzioni storiche, le condanne venivano eseguite proprio nello spazio compreso tra le due colonne, accompagnate dalla celebre frase in veneziano pronunciata dal boia «Te fasso veder mi, che ora che xe», ossia “Ti faccio vedere io che ora è”. La tradizione vuole, infatti, che il condannato, durante l’esecuzione, fosse rivolto verso la famosa Torre dell’Orologio, poiché l’ultima cosa che avrebbe dovuto vedere prima di lasciare questa vita era l’ora della sua morte.

La leggenda narra, inoltre, che anche le condanne allo squartamento dovevano essere eseguite in piazza. Il condannato veniva trascinato a San Marco con braccia e gambe legate a quattro cavalli, i quali venivano fatti partire, tirando in quattro direzioni opposte, causando così lo squartamento: la divisione del corpo in quattro parti. La testa veniva poi esposta in piazza, infilzata su una forca. È proprio da questi racconti, quindi, sospesi tra storia e leggenda, che nasce la credenza popolare secondo cui passare in mezzo alle colonne di San Marco e San Todaro porti grande sfortuna.
Piazza Navona e il celebre patrimonio artistico che la contraddistingue sono spesso al centro del racconto sulla famosa rivalità tra Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini. Una leggenda popolare, infatti, vuole che, nella Fontana dei Quattro fiumi, la statua del Rio della Plata sollevi il braccio per proteggersi dal possibile crollo della vicina Chiesa di Sant’Agnese in Agone, mentre il Nilo coprirebbe il suo volto per non dover guardare l’edificio progettato dal rivale di Bernini. Che si tratti soltanto di un racconto popolare, e non di una vicenda storica, sarebbe confermato dal fatto che la fontana fu completata tra il 1648 e il 1651, mentre la costruzione della chiesa ebbe inizio solo nel 1652.
Ogni statua della fontana, infatti, avrebbe un significato ben preciso: le quattro figure non rappresenterebbero altro che i principali fiumi dei continenti conosciuti all'epoca: il Danubio per l'Europa, il Gange per l'Asia, il Nilo per l'Africa e il Rio della Plata per le Americhe. Nel caso specifico delle figure coinvolte nella leggenda sulla rivalità tra i due artisti, il Nilo avrebbe il volto coperto perché, allora, le sue sorgenti risultavano essere ancora sconosciute. Il Rio della Plata, invece, è raffigurato accanto a un sacco di monete, simbolo delle ricchezze del Nuovo Mondo; il braccio sollevato, quindi, potrebbe esprimere, secondo alcuni, lo stupore di un indigeno davanti alla grandiosità della scena.

Distinguere tra storia e leggenda, dunque, resta senza dubbio uno dei compiti principali, non solo per professionisti e cultori dell'arte, ma anche per turisti e appassionati del patrimonio artistico italiano. Tuttavia, la scoperta attenta di dettagli e curiosità più nascoste permette di andare oltre il semplice scatto fotografico: consente di vivere le piazze, di dialogare con questi spazi e di ritornare alla matrice da cui è nata tanta meraviglia.
a cura di Clara Gifuni
Rivista online registrata al Tribunale di Napoli n. 43 del 23/03/2022
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