Autore: Michele Spinelli • 20/03/2026 16:49
Nel 1291 il Doge Pietro Gradenigo firma un decreto che avrebbe cambiato per sempre la storia dell'artigianato europeo. Tutte le fornaci di Venezia devono essere trasferite sull'isola di Murano: i palazzi della città sono ancora in legno, il rischio di incendio è reale e concreto, e il fuoco delle vetrerie brucia senza sosta. Ma dietro la motivazione ufficiale, la sicurezza, si nasconde una ragione più sottile e più potente. Concentrando tutti i maestri vetrai in un luogo isolato e controllato, la Serenissima costruisce attorno ai segreti della lavorazione del vetro un recinto invalicabile. Chi vuole portare quelle conoscenze fuori dall'isola senza permesso rischia, nelle versioni più severe della legge, la vita stessa.
L'arte vetraria veneziana ha radici che affondano ancora più lontano. La prima testimonianza scritta risale al 982 d.C., quando in un atto notarile compare la figura di un fiolario, il vetraio specializzato nella produzione di ampolle. Ma è nel XIII secolo che la corporazione dei vetrai si struttura formalmente, e con essa nasce l'ecosistema produttivo che darà a Murano la sua identità definitiva. Il Rio dei Vetrai, il canale che attraversa il cuore dell'isola, diventa il centro fisico di questo universo: lungo le sue sponde si concentrano le fornaci e le botteghe più importanti, molte delle quali attive ancora oggi, con i loro camini che segnano il paesaggio come antiche sentinelle di pietra e fuoco.
I maestri vetrai non erano artigiani ordinari. La Repubblica di Venezia li trattava come un patrimonio strategico da proteggere e da ricompensare: godevano di uno status sociale elevato, potevano portare la spada, erano iscritti nel Libro d'Oro delle famiglie patrizie, e alle loro figlie era consentito sposarsi con la nobiltà veneziana. Erano, a tutti gli effetti, i custodi di un segreto di stato. Un segreto fatto di sabbia, silicio, ossidi di metallo e di qualcosa di più difficile da codificare: la capacità delle mani di tradurre il fuoco in forma.

Un vecchio proverbio di Murano recita: “buoni strumenti sono utili, ma buone mani sono meglio”. Questa massima sintetizza con precisione assoluta la filosofia che ha governato la lavorazione del vetro sull'isola per sette secoli: la tecnica è indispensabile, ma è il gesto umano, la sensibilità di chi soffia, modella, intuisce, a fare la differenza tra un oggetto e un'opera. Gli strumenti della soffiatura sono rimasti sostanzialmente invariati nel corso dei secoli: la canna da soffio, le pinze, i pontelli, gli stampi in legno o ghisa. Ciò che cambia, in modo radicale, è la mano che li impugna e il sapere accumulato da generazioni che quella mano guida.
Tra il XV e il XVI secolo, i maestri muranesi raggiungono vette tecniche senza precedenti. Nel 1450 Angelo Barovier, il cui nome è legato a una delle vetrerie più antiche ancora attive al mondo, perfeziona il cristallo, un vetro quasi trasparente di una purezza considerata al tempo quasi magica, ideale per soffiature fini e trafori. La Coppa Barovier, conservata ancora oggi al Museo del Vetro di Murano e datata al 1460-1470, rimane uno dei più antichi esempi di vetro dipinto a smalti policromi e oro: sulle sue pareti, scene allegoriche raccontano un linguaggio nuovo in cui colore, luce e artigianato si fondono in modo indissolubile. Contemporaneamente nasce il lattimo, il vetro bianco opaco che imita la porcellana, richiestissimo dalle corti barocche europee.
Le tecniche di lavorazione che Murano ha sviluppato e custodito nel tempo formano un lessico artigianale di straordinaria ricchezza. Il vetro soffiato, dove il maestro modella la massa incandescente insufflando aria nella canna, è la tecnica più iconica. La filigrana, o reticello, richiede l'incorporazione di bacchette con sottili fili bianchi o colorati che, una volta fusi, creano motivi a rete o a spirale di precisione geometrica. La murrina, la più antica, consiste nel tagliare sezioni trasversali di canne vitree policrome che, accostate e fuse, generano disegni floreali o geometrici. Ogni tecnica richiede anni di apprendistato: diventare maestro a Murano richiede tra i dieci e i quindici anni di formazione, un percorso che non si impara sui libri ma si vive accanto al fuoco, osservando e sbagliando.

La storia del vetro di Murano non è una storia lineare di gloria ininterrotta. Con la caduta della Repubblica di Venezia nel 1797, l'isola entra in una fase di profonda crisi: il sistema di protezione dei segreti artigianali si sgretola, i mercati si aprono alla concorrenza di produzioni industriali più economiche, molte fornaci chiudono. È solo nella seconda metà dell'Ottocento che Murano ritrova una direzione. Nel 1861, il sindaco Antonio Colleoni e l'abate Vincenzo Zanetti fondano il Museo del Vetro, nato come archivio, poi trasformato in istituzione culturale, con l'obiettivo di raccogliere, studiare e tramandare la memoria tecnica e artistica di secoli. L'anno successivo viene aperta una scuola annessa, frequentata dai vetrai nei giorni festivi, dove si studiano i disegni e i modelli del passato.
Il Novecento porta una svolta radicale. Il 1921 è l'anno in cui a Murano si apre la prima fornace interamente dedicata alla produzione di vetro con design moderni: nasce la Venini. Quell'intuizione, unire il sapere artigianale dei maestri muranesi con la visione progettuale dei grandi nomi del design e dell'architettura, trasforma il modo in cui il vetro viene pensato e prodotto. Nei decenni successivi, molte altre vetrerie storiche seguono la stessa direzione: la collaborazione tra maestri e designer diventa il modello produttivo che consente a Murano di restare rilevante in un mercato internazionale in rapida evoluzione. Il vetro smette di essere solo artigianato e diventa linguaggio artistico contemporaneo.
Oggi le fornaci di Murano si misurano anche con sfide inedite. La minaccia della contraffazione industriale, prodotti che imitano le forme del vetro muranese a costi bassissimi, ha spinto il settore a dotarsi di strumenti di tutela: il marchio Vetro Artistico® Murano certifica l'autenticità e la provenienza di ogni pezzo realizzato sull'isola. Sul fronte della sostenibilità, alcune vetrerie hanno avviato sperimentazioni con materiale di recupero e progetti in collaborazione con l'università Ca' Foscari di Venezia per lo sviluppo di un'economia circolare che trasformi gli scarti di produzione in nuova materia prima. Il fuoco non si è spento: continua a bruciare, ma impara anche ad ardere in modo diverso.

Tra le realtà che hanno scritto la storia del vetro muranese nel Novecento, Venini occupa una posizione singolare. Fondata il 2 ottobre 1921 dall'avvocato milanese Paolo Venini e dall'antiquario veneziano Giacomo Cappellin, originariamente come Cappellin, Venini & C., la maison nasce con una vocazione precisa: fare del vetro di Murano un interlocutore del design internazionale, senza rinunciare alla profondità della tradizione artigianale su cui si fonda. In poco più di un secolo, quella intuizione si è tradotta in un catalogo che oggi fa parte delle collezioni permanenti del Metropolitan Museum e del MoMA di New York, della Fondazione Cartier di Parigi, del Victoria and Albert Museum di Londra e delle Gallerie dell'Accademia di Venezia.
Le collaborazioni che Venini ha costruito nel tempo raccontano meglio di qualsiasi altra cosa la sua identità. Carlo Scarpa, Napoleone Martinuzzi e Fulvio Bianconi nei primi decenni; nel dopoguerra Gio Ponti, Lella e Massimo Vignelli, Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Gae Aulenti e Tapio Wirkkala. Più recentemente, Tadao Ando, Peter Marino, Ron Arad, Rodolfo Dordoni, Doriana e Massimiliano Fuksas, e artisti come Mimmo Paladino, Sandro Chia, Giulio Paolini e Arnaldo Pomodoro. Ogni collaborazione ha lasciato una traccia visibile nel catalogo e ha contribuito a formare quella stratificazione di linguaggi che rende i pezzi Venini immediatamente riconoscibili. La fornace è l'unica al mondo in grado di produrre 125 colorazioni di vetro, frutto di decenni di ricerca chimica e artigianale, con quattordici forni attivi simultaneamente. Il record d'asta, La Sentinella di Venezia di Thomas Stearns del 1962, venduta per 737.000 dollari, è il segno concreto di quanto questo lavoro venga riconosciuto nel mercato internazionale.
A custodire la memoria di questo percorso è il Museo Venini: 45.000 disegni, 10.000 fotografie d'epoca e 4.000 opere d'arte che rappresentano l'archivio storico più prezioso della vetreria artistica moderna e contemporanea. Oggi la società è controllata dalla famiglia Damiani, già a capo dell'omonimo brand internazionale di alta gioielleria, con l'obiettivo di dare nuovo impulso a una delle espressioni più autentiche del made in Italy.
Come si tramanda oggi il sapere della lavorazione del vetro e quale ruolo ha la tradizione nella produzione contemporanea?
Per Venini, la Fornace di Murano è il luogo in cui il tempo segue un ritmo diverso: quello della trasmissione diretta, del gesto osservato e ripetuto, della correzione silenziosa di un maestro verso il proprio allievo. È attraverso questa vicinanza fisica e umana, non attraverso manuali o processi codificati, che il sapere della lavorazione del vetro continua a trasmettersi di generazione in generazione. La tradizione, in quest'ottica, non viene vissuta come un patrimonio statico da preservare, ma come una lingua viva e in continua evoluzione: una padronanza così profonda della tecnica da permettere agli artigiani di spingersi verso territori inediti senza mai perdere il filo della propria identità. Ogni pezzo porta in sé questa duplice memoria, quella delle mani che lo hanno creato e quella di tutti coloro che, nel tempo, hanno contribuito a perfezionare quell'arte.
In quale direzione si muove oggi l'azienda, e quale augurio si rivolge per il proprio futuro?
Venini nasce dal dialogo, e quella vocazione al confronto con artisti e designer di visione internazionale non ha mai smesso di guidarne le scelte. L'azienda continua a cercare interlocutori capaci di mettere in discussione i propri strumenti e di entrare in ascolto del vetro una materia che non esegue passivamente, ma risponde e suggerisce. La direzione intrapresa è quella di un lusso dotato di senso: oggetti pensati per durare, capaci di abitare tanto la storia del design quanto la vita quotidiana di chi li sceglie. L'augurio che Venini si rivolge è di saper conservare intatta quella capacità di sperimentare e innovare che fu propria del suo fondatore: la stessa inquietudine creativa, lo stesso coraggio di guardare avanti senza rinunciare alle proprie radici. È lungo questo solco che Venini ha costruito la propria identità, ed è lungo questo solco che intende continuare a scrivere il proprio futuro.
Venini SpA, Murano 2026

Murano non è soltanto Venini. L'isola ospita oggi un sistema produttivo articolato, in cui convivono grandi marchi internazionali, fornaci a conduzione familiare e laboratori di singoli artisti. Alcune di queste realtà portano cognomi che compaiono nei registri delle corporazioni medievali: la famiglia Barovier è attiva nella lavorazione del vetro sin dal XIII secolo, e Barovier & Toso, nata nella forma attuale dalla fusione del 1942, è considerata la sesta impresa familiare più antica al mondo tuttora in attività. NasonMoretti, fondata nel 1923 da Ugo Nason e Francesco Moretti, è invece la prima fornace muranese ad aver compiuto il traguardo del secolo di attività a conduzione interamente familiare, guidata oggi dai cugini Marco, Piero e Giorgio Nason. Nel 1955 aveva vinto il Compasso d'Oro alla Triennale di Milano, primo riconoscimento del design italiano assegnato a una vetreria muranese.
Ciò che accomuna queste realtà diverse, per dimensione, storia, modello di business, è la stessa consapevolezza: il vetro di Murano non è replicabile industrialmente, non perché lo vieti un marchio di protezione, ma perché il suo valore risiede in qualcosa che la macchina non sa fare. Diventare maestro richiede tra i dieci e i quindici anni di apprendistato. Ogni creazione porta in sé una variabile umana irriducibile, un grado di imperfezione controllata che è la firma autentica di chi l'ha prodotta. Questa imperfezione è il marchio più prezioso, e il mercato internazionale del design e del collezionismo lo sa bene.
Esiste a Murano una continuità che non si misura in anni, ma in gesti. Il gesto di portare la canna al fuoco, di soffiare con precisione calibrata, di correggere in silenzio l'allievo che sbaglia la curva, questi atti si ripetono oggi con la stessa logica con cui si ripetevano nel Trecento, nel Quattrocento, nel Novecento. Non perché nulla sia cambiato: molto è cambiato, nei materiali, nei colori, nei linguaggi formali, nelle collaborazioni con il design internazionale. Ma la struttura profonda di quella trasmissione è rimasta la stessa. Il sapere del vetro non si eredita per diritto di nascita. Si guadagna, lentamente, accanto al fuoco.
Il Museo del Vetro di Murano, fondato nel 1861 con 45.000 disegni, archivi fotografici e migliaia di opere che coprono duemila anni di storia, non è una celebrazione del passato: è la prova che ogni generazione ha sentito il dovere di consegnare alla successiva qualcosa di più di un oggetto. Ha consegnato un metodo, una visione, una lingua. Quella lingua oggi si parla in cento fornaci diverse, con accenti diversi, con grammatiche diverse. Ma il fuoco al centro è lo stesso.
Credit photos: Venini SpA
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